Alla ricerca di un volto. Pensieri a margine di un circolare specchio d’acqua

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Sabato 4 agosto, un pomeriggio arroventato almeno per noi che dalla costa ci dirigiamo verso Larderello. Ci lasciamo alle spalle un popolo intero a bagno tra gli scogli del Romito ed entriamo nell’interno all’altezza di Cecina e man mano che penetriamo una campagna a dir poco meravigliosa andiamo verso un cielo scuro, gonfio e pronto a scoppiare. E scoppia a pochi chilometri dall’entrata in Larderello.

Il cielo si offusca e poi giù cateratte di acqua, così tanta da oscurare la strada. Ci fermiamo insieme ad altre macchine nelle piazzole di sosta. Cerchiamo di capire se lo spettacolo organizzato alla ex torre refrigerante della Centrale Enel della terra dei soffioni si svolgerà comunque. Ma non c’è campo. E dunque la piccola carovana decide di riprendere la strada e di rischiare.

L’appuntamento è troppo importante, l’occasione ha molte sfaccettature: la prima quella di vedere la Compagnia della Fortezza fuori dalle sue mura e la seconda di vedere come sono queste ‘rovine circolari’ rimesse in uso da una interessante progettazione che vuole questa antica torre farsi luogo di arte, teatro e performance.

Il monumento di archeologia industriale è pronto, allestito con gradinate costruite a tempo di record e invaso circolare pieno di acqua (quella voluta) riflettente, tesa come una lastra di specchio interpuntata dalle gocce di una pioggia insistente che non vuole cessare.

Tutti indistintamente, pubblico, tecnici, attori, attrici, organizzatori, assessori, tutti e dico tutti siamo protesi a interpretare i segni del cielo e le app mentre un gruppo cerca di asciugare le tribune e con grandi spazzoloni spinge via le pozze di pioggia.

Che clima si respira? Attesa, dispiacere, sconcerto, e di nuovo attesa dispiacere e sconcerto. C’è tempo per osservare a lungo la struttura che gravita sulle nostre teste. C’è tempo per osservare attraverso l’occhio gigante, che è ciò che resta di una immensa torre refrigerante, il cielo come àuguri. Mi chiedo se quello non sia già teatro. Se ciò che scorre concitato di fronte a me sia già azione scenica.

Poi accade. Un piccolo vento spira e smuove un po’ la fitta coltre di nuvole ormai scariche. Si rimuovono i teli dagli altoparlanti, entrano i musicisti. Noi del pubblico riprendiamo la nostra identità e il nostro posto.

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Si inizia. La drammaturgia si dipana per voce e microfono di Armando Punzo ‘il lettore sognatore’, che legge forse con una sorta di lenta enfasi che porta un po’ all’artificio e che contrasta con ciò che accade in acqua.

Dall’acqua si entra e si esce. Si entra vestiti di tutto punto con gli abiti di scena e si esce con i medesimi grondanti di acqua. Quel rumore è importante e a volte mi pare disturbato da una incessante ‘colonna sonora’ che decora le innumerevoli azioni sceniche volte a narrare la storia del cosmo e la nostra storia, quella dell’umanità. La storia di una umanità che cerca il ‘volto di prima’ dentro la quasi sacra circolarità delle ‘rovine industriali’.

Ci sono momenti di fortissima intensità. Ci sono momenti ridondanti. Ci sono momenti di applausi a scena aperta. Ci sono momenti, pur nella vastità dello spazio, che si fanno intimi. Difficile trattenersi dal decodificare tutti i segni. Meglio a volte lasciare perdere e stare a sentire ciò che risuona nella forma più autentica. Ci pare che non tutto ciò che accade sia autentico e dunque necessario.

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Ci sono i corpi liberati dei detenuti che avremmo voluto vedere e sentire ‘di più’. Quei corpi fanno riflettere sui nostri agiati e difesi. Quelle voci, che mandano a memoria pezzi di drammaturgia complessa e addirittura in latino e preghiere in lingue sconosciute, fanno ridimensionare le voci degli attori e delle attrici.

Borges alla base di tutto. Il racconto tra sogno e realtà, tra i più evocativi dello scrittore, “Le rovine circolari” cala con la consueta intima potenza. Tra sogno e realtà nel girare incessante del finale dove tutti i personaggi rientrano in acqua, proviamo a girare anche noi, del pubblico. Forse tra le azioni sceniche più intense. Le parole finalmente tacciono. Si ricongiungono gli elementi: il sogno, la realtà, l’acqua, la torre dimezzata, gli sguardi. Magicamente.

Ma l’incanto si deve arrestare e il sogno sfumare con la spinta di Punzo che, stanco ed emozionato, invita il pubblico a togliersi i sandali e entrare in acqua per fare una foto collettiva come ‘reliquia’ di ciò che è accaduto fino a quel momento. Pare che tutti non aspettassero altro. Ed eccoli là, con le gonne alzate, con i pantaloni arrotolati, con le gambe bianche e i piedi incerti si mettono alle spalle della folta famiglia della Compagnia della Fortezza. In alto sulla scala di sicurezza loro, i fotografi, pronti e forse affamati. Lo sciacquio si placa. Tutti tornati bambini, quando la pioggia era pretesto per infangarsi per bene.

Noi andiamo e io spero che tutti ritrovino le proprie scarpe. Un pensiero reale (e di preoccupazione) verso sconosciuti. Non sappiamo dire se il ‘volto’ sia stato trovato, certo più importante è stato il viaggio.

Francesca Talozzi

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“Le rovine circolari. Cerco il volto che avevo prima che il mondo fosse creato”. Evento site-specific della Compagnia La Fortezza per la Ex Torre Refrigerante della Centrale Enel Nuova, Larderello – sabato 4 agosto 2018.

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Walter_Wendy Carlos. Appunti sonori per tras-formare

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Dove si colloca il confine maschio/femmina? Quanto, come e in che modo i due termini ci identificano? Con quali strumenti scenici e con quali linguaggi possiamo tentare una esplorazione che ci conduca a ri-codificare i due termini nella costruzione delle proprie identità? Come Effetto Collaterale abbiamo scelto di farlo raccontando la storia di Walter/Wendy Carlos, una delle figure più importanti della musica elettronica mondiale.

Walter/Wendy Carlos, musicista, compositore/compositrice di musica elettronica, è considerata un* dei massim* esponenti della composizione extramusicale creata con sintetizzatore moog. Collaborò con Kubrik in “Arancia Meccanica”. Nel 1972 decise di cambiare sesso e diventare Wendy: di questa sua fondamentale esperienza di vita lasciò testimonianza nel 1979 in una lunga intervista alla rivista Playboy.
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A Livorno il 25 novembre il nuovo spettacolo “Fin dentro la natura. Processo per stupro”

fin-dentro-la-naturaIn occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, venerdì 25 novembre alle ore 21.00, presso il Centro teatrale Il Grattacielo di Livorno, lo spettacolo “Fin dentro la natura. Processo per stupro”.

Come spiega Francesca Talozzi, ideatrice e regista dello spettacolo, “in questo lavoro vengono incrociate e messe a contrasto due drammaturgie che nascono dall’esame di due documenti storici: gli atti del processo per stupro subito nel 1612 dalla famosa pittrice Artemisia Gentileschi e il film documentario di Loredana Rotondo, trasmesso da RaiTre nel 1979, sul processo per stupro in difesa della giovane Fiorella”.

In scena sette donne: Anna Lugnani, Claudia Pavoletti, Francesca Finocchiaro, Francesca Cordì, Giulia Salutini, Giulia Panicucci, Ilaria Fierro, Lara Gallo. Sette donne che diventeranno Artemisia, Amazzoni irriverenti, Giustizie dolenti e abiteranno uno spazio privo di oggetti scenici ma animato da una scenografia incombente dove scorreranno elementi del documentario insieme ad elementi di suggestione grafica. Le scenografie sono di Martino Chiti e Nicola Buttari – Proforma Video Design, gli abiti di scena di Clara Rota e Martina Veracini, le foto e la grafica di Laura Sgherri.
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Amleto a Gerusalemme

Marco Paolini

Amleto a Gerusalemme, foto Indyca

Quando Amleto è arrivato a Gerusalemme, e si è messo a respirare il profumo del caffè più buono al mondo, era il 2008. Mai il principe pallido di Danimarca, sì quello che oggi festeggia i 400 anni dalla morte del bardo, avrebbe pensato di moltiplicarsi in tanti corpi olivastri quanti un palco stracolmo di bottiglie di plastica ne possa contenere.
Sul palco c’è anche lei, una giovane palestinese che vive a Torino e ha i genitori a Betlemme, poi c’è Paolini, sornione pronto a spezzare il ritmo, riavvolgerlo e dipanarlo. E c’è Vacis e la sua inesauribile ricerca dentro la schiera.

Ingredienti forti e necessari allo scopo: fare teatro e scuola di teatro in una delle città più complesse al mondo e farlo insieme ad un gruppo di giovani attori palestinesi.

Inizia così la serata alla sala grande de La Città del Teatro di Cascina. La sala è colma. Unica data toscana dello spettacolo “Amleto a Gerusalemme”, nato da un progetto sostenuto dal Teatro Stabile di Torino e da un finanziamento ministeriale.
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In mostra a Berlino le foto dello spettacolo “Chi porterà queste parole?”

Ad un anno dal debutto dello spettacolo “Chi porterà queste parole?” una bellissima notizia: dal 13 al 25 febbraio alcune foto di scena realizzate da Furio Pozzi saranno in mostra a Berlino presso lo spazio espositivo Malzfabrik.
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Domenica 7 febbraio torna in scena “Chi porterà queste parole?” di Charlotte Delbo

Chi Porterà queste parole 5In occasione della Giornata della memoria torna in scena lo spettaccolo “Chi porterà queste parole?”. Domenica 7 febbraio, alle ore 18 al Teatro Il Grattacielo di Livorno, 23 donne della compagnia Effetto Collaterale daranno voce al testo teatrale, mai tradotto in Italia, scritto da Charlotte Delbo, drammaturga e partigiana francese deportata ad Auschwitz nel 1943.

Lo spettacolo, nato dal progetto “Germogli di memoria”,  racconta il dramma ma anche la capacità di resistere di un gruppo di prigioniere politiche che, insieme a Charlotte Delbo, hanno vissuto l’orrore di Auschwitz-Birkenau.

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Paul Klee tra Walter Benjamin e Virgilio Sieni

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Paul Klee dipinse Angelus Novus nel 1920. Iniziò a disegnare e dipingere angeli nel 1913 e continuò fino alla fine della sua vita, tuttavia quell’angelo ebbe particolare fama grazie all’esegesi che ne fece il fortunato proprietario: Walter Benjamin. Per il filosofo il dipinto di Klee divenne una guida per tutta la vita, un mentore, un confessore, l’involucro di accoglienza delle sue riflessioni e timori sulla e per la vita.
Angelus Novus fa parte di una schiera di angeli che Klee fece assurgere a testimoni di un viaggio profondo dentro la natura dell’arte e della umanità, alla ricerca della sua indomita purezza. Sono spesso angeli incapaci di volare, con ali piccole, con sguardi bambini, dai corpi ‘brutti’, in cammino, in un continuo stato di tensione dato dall’essere ‘sul punto di’.

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