“Il teatro civile non esiste”, parla Ascanio Celestini

Un articolo di Ascanio Celestini, pubblicato lo scorso maggio su Faber Blog de “Il Sole 24 Ore”, che solleva alcune interessanti questioni sul significato di ‘teatro civile’.

Mi intervista un giornalista. Scrive su un mensile. Si scusa perché mi sta per fare una domanda sul teatro civile. Mi dice che lo sa che questa definizione mi piace poco. Rispondo che non credo esista un teatro civile. Se no dovrebbe esistere anche un teatro incivile, maleducato, selvaggio, screanzato. E in una ipotetica divisione in squadre mi piacerebbe far parte dei selvaggi più che dei civili. Ma insomma… pur non avendo mai portato in scena Molière e Shakespeare, non credo che quelli che lo fanno siano incivili o disimpegnati. In più gli ricordo che Marco Bellocchio alla fine degli anni sessanta fece in teatro proprio un Timone d’Atene di Shakespeare.

Si ma il giornalista non vuole dire che il teatro di Shakespeare sia disimpegnato, né che Bellocchio possa essere catalogato come regista borghese. Il giornalista, forse, pensa che quella sia un’altra epoca e che oggi, finalmente, nel teatro c’è una ventata di novità che lui (mi dice) per comodità chiama teatro civile. E mi indica anche una data di nascita citando il libro di Biacchessi. Io non ho letto questo libro, ma il giornalista mi riporta come fondazione di questo nuovo teatro Il racconto del Vajont di Marco Paolini (o forse era un suo spettacolo di un paio di anni prima) e mi chiede che cosa ne penso.

Ribadisco che non credo all’esistenza di un teatro civile che si contrappone o distingua dal resto del teatro, tantomeno credo che si possa rintracciare una data di fondazione. In più aggiungo che se lui per teatro civile intende un genere nel quale si può, in qualche modo, ravvisare un impegno politico o addirittura una denuncia… allora non può tagliare fuori Dario Fo con tutti gli spettacoli (Morte accidentale di un anarchico per tutti) che ha scritto e portato in scena prima del debutto del Vajont.
E poi gli ricordo anche Napoli milionaria di Eduardo De Filippo che è stata una delle prime opere che ha contribuito a tracciare un immaginario della seconda guerra mondiale.
E perché lasciare fuori dalla lista degli attori civili un gigante come Gustavo Modena, mazziniano e rivoluzionario che fu costretto alla clandestinità e all’esilio?

Ma il giornalista è proprio innamorato di questo suo teatro civile e mi chiede per quale motivo la memoria del passato è tanto importante. Rispondo che non lo è affatto. Che mia nonna aveva una memoria nostalgica. Diceva che si stava meglio quando si stava peggio, che i pomodori di una volta non ci stanno più, che prima potevi lasciare le chiavi sulla porta e nessuno ti veniva a rubare. Insomma ci diceva che il passato era migliore del presente. Ce lo diceva anche se ai suoi tempi c’erano state due guerre mondiali, il fascismo e il nazismo, il genocidio e la bomba atomica.

In questi ultimi anni stiamo vivendo una relazione diversa e altrettanto inutile con la memoria. Le giornate dedicate a questa onnipresente memoria si sono moltiplicate. C’è quella per i morti nel genocidio nazista, quella per i morti nelle foibe, quella per le vittime del terrorismo, eccetera. Ma tutte hanno un significato consolatorio. Tutte in qualche maniera è come se ci dicessero: nel passato eravamo infami, ma ora non lo siamo più. Tutte sono condite di frasi tipo ricordiamo il passato affinché simili eventi non possano mai più accadere (questa l’ho presa dal sito del ministero dei beni culturali) oppure chi non ha memoria non ha futuro, e la più gettonata che dà il titolo a centinaia di manifestazioni: per non dimenticare.

Il giornalista è finalmente soddisfatto perché gli pare che sto dicendo proprio quello che pensa lui, ma io specifico che queste frasi sono retoriche e anche dannose. Gli ricordo che prima del genocidio del Ruanda, tra gli Hutu si diceva che i Tutsi stavano preparando un genocidio sull’esempio di quello nazista e avevano persino adottato il simbolo della svastica. E poi furono proprio gli Hutu a sterminare un milione di Tutsi.
Ecco a cosa può servire la memoria! Tutti i peggiori movimenti xenofobi vanno a scavare nel passato e organizzano il proprio branco a partire da una memoria (vera, parzialmente vera o presunta) comune e profonda.

Il giornalista è sconfortato, ma capisco che si è preparato una scaletta di domande e non ha nessuna intenzione di cambiare strada. Perciò mi chiede se sento di avere una missione, qual è il messaggio che voglio dare e perché è così importante fare teatro civile oggi…
Il resto dell’intervista è ingarbugliato e noioso come questa prima parte e forse è meglio che tagli qui. Ma per quanto riguarda il teatro c’è un problema reale. Qualcuno confonde il giornalismo con la scrittura letteraria e pensa che un attore debba salire in scena con un’inchiesta invece che con uno spettacolo. Questo sarebbe il lavoro dell’attore?

Il giornalista usa (o dovrebbe usare) un linguaggio immediato. Scrivere in maniera che le sue parole non diano adito a troppe e ambigue interpretazioni. Il giornalista si prende una responsabilità diretta, non fa parlare dei personaggi, non sceglie la via dell’interpretazione, né tantomeno della finzione.
Invece un attore deve poter utilizzare un linguaggio mediato. Per esempio deve poter salire in scena e parlare come se fosse uno xenofobo anche se non lo è. Lo spettatore non dirà “quell’attore è un bastardo”, ma casomai “quel personaggio è un bastardo”. La violenza del linguaggio diventa letteratura e, nel migliore dei casi, anche uno strumento cognitivo messo a disposizione dello spettatore per entrare in quella violenza senza subirla direttamente. Anzi, lo spettatore potrebbe scoprire che la xenofobia non è una malattia che riguarda alcuni e non tutti gli altri, ma che è una maniera di relazionarci con l’altro e che riguarda (magari solo per una conoscenza del pregiudizio) anche tutti noi.

Ad un certo punto cade la linea e penso che sia stato il giornalista ad attaccarmi il telefono in faccia. Penso che forse non voleva intervistarmi per sapere quello che penso, ma solo per dirmi quello che pensava lui.
Poi invece richiama. Insiste con la storia del teatro civile. Allora sono io che domando: ma non le pare che un artista che si dichiara civile, lo faccia per spocchia? Non le sembra che è come se dicesse “io sono quello che si impegna per salvare il mondo, mentre voi fate solo gli intrattenitori, i barzellettieri”, non le pare?

Finisce l’intervista e andiamo in teatro. Ci andiamo in bicicletta. Staremo a Milano per tre settimane, il furgone è parcheggiato fuori città dove non si paga il parcheggio e noi ci muoviamo con le bici portate da Roma. Noi: io e Andrea Pesce, il fonico. Certe interviste sono fatte tra una sosta all’autogrill e uno scarico materiale in teatro. Certe sono ritagliate da una prova del suono o un montaggio luci. Più o meno si ripetono sempre le stesse domande e le stesse risposte. Ho l’impressione che la maggior parte degli articoli abbiano solo una finalità pubblicitaria. E visto che se ne sono accorti anche i lettori dei giornali… ormai non li leggono più. Poi ogni tanto qualcuno conia un termine nuovo, una definizione.. e il disordine aumenta.

Teatro civile, teatro d’impegno, teatro di narrazione, teatro della memoria, teatro di parola, teatro sperimentale, teatro di ricerca, teatro danza, teatro d’immagine, eccetera.
Ma quando lo spettatore si mette seduto (o resta in piedi) davanti allo spettacolo pensa a tutte queste cose?

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Informazioni su effetto collaterale

Associazione culturale e compagnia teatrale di Livorno che si occupa di teatro civile.
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