Le Sorelle Macaluso e il pubblico al Teatro Manzoni di Pistoia

Sorelle Macaluso - Emma DanteNero. Le schiere che diventano drappelli da funerale. Capelli sciolti, dirompenti. Un crocifisso. I fiati sospesi e il ritmo dei passi. E poi il colore della morte. La sospensione della morte che fissa in quell’ultimo gesto che si è fatto ‘da vivi’.
Queste le immagini che ho impresse e che ho vissuto dentro un teatro stracolmo. Una infinita varietà di persone: giovani donne, abbonati di rito, fedeli seguaci, quelli e quelle della ‘prima volta con Emma’.

Io porto un’amica che non ha la più pallida idea di quello che andrà a vedere. È una di quelle amiche che non vanno mai a teatro. Va sempre al cinema e legge molta letteratura, italiana e straniera, dai classici alla contemporanea, e cerca di tenersi informata sulle questioni cogenti della nostra attualità.
Durante il viaggio in macchina mi chiede notizia dello spettacolo e del perché si debba andare a Pistoia per vederlo. Vado in ansia: le spiego che Emma Dante è stata la ‘mia folgorazione’ in mezzo a tutto il teatro che vedo, le dico che le donne sono il suo fulcro nel bene e nel male, che gli uomini stanno sempre in relazione alle donne in posizione di potere, che il tema della famiglia è centrale come paradigma di luogo di dolore.
Sulla questione ‘Pistoia’ rispondo che se ‘la Dante è a Pistoia si va a Pistoia’. Punto e basta. Non mi inoltro nelle politiche culturali della mia città e sugli abbonati del Teatro ‘Carlo Goldoni’ che pare debbano ancora riprendersi da Cani di bancata. Infine aggiungo che prendersi un pomeriggio per andare in una città che ha una bella ripresa culturale, visitare la straordinaria Biblioteca San Giorgio ricollocata nella gigantesca struttura Ex-Breda e poi andare a teatro a vedere “Le sorelle Macaluso”, ha il suo ‘bel perché’.

Il Teatro Manzoni è rosso. Poltroncine, tendaggi, tappeti. È un teatro ‘signorile’. Accessibile e comodo. Inizia la marea, entra il pubblico, il chiacchiericcio si fa più consistente, ci si saluta, ci si sporge dai palchetti, ci si sistema mentre una voce metallica avverte di spegnere i cellulari poiché sta per iniziare lo spettacolo. Ma il chiacchiericcio non cala, anzi. La platea è piena, così come i due ordini di palchetti.
Si allentano le luci e con lentezza si va verso il buio.
Lo stesso buio per noi e per loro.
Un silenzio non perfetto ma rotto dai ‘malanni di stagione’ e da qualche avviso di notifica di qualche renitente che ‘toh! Non ho spento il cellulare’.
E in quell’istante in cui si apre la bolla e mi scoppia davanti so perché da Livorno me ne vengo a Pistoia. Quell’attimo mi fa stare bene e non lo baratterei con niente.

Lo spettacolo è nero e lucente. La storia è quella di una delle tante famiglie Macaluso sparse sul pianeta terra. Una famiglia che ‘arranca’ con un padre rimasto vedovo e sette figlie da sfamare. Una malattia ereditaria che colpisce il cuore: un infarto del corpo e dello spirito. I corpi si danno, generosi e debordanti. I vestiti vanno e vengono, cambiano piani e significati fino ad un nudo finale di estrema levità.
Il siciliano che, come dice Cristina, non si ‘sa’ ma si ‘conosce’.
Ci trovo tutto di Emma Dante da Mpalermu in giù. Dalle prose, alle fiabe, dentro la lirica. E ci trovo qualcosa che mi sorprende e mi fa piangere: la danza come narrazione tragica, come rito di passaggio tra la vita nera e la morte colorata.

Ecco che i due ‘momenti di danza’ provocano, incontenibili, scrosci di applausi a scena aperta. I primi applausi, che mi scaraventano fuori dal mio dialogo segreto e mi rimettono nella fila delle poltroncine rosse, arrivano a metà spettacolo, più o meno, durante un poetico ‘passo a due’ di marito e moglie Macaluso. Un ‘passo a due’ che racconta di erotismo e passione amorosa travolgente: i due corpi roteano, si stringono in abbracci, si baciano e giù applausi a sfogare una emozione forte che non si può trattenere.
Penso a raffica: i fan di Emma, quelli ‘della prima volta’, gli abbonati estasiati.
Mi pareva un applauso, soprattutto, che diceva di una difficoltà dello ‘stare dentro’.
Il secondo applauso, più debole del primo ma certo presente, è arrivato sul finale. Una delle sorelle Macaluso scopre che il funerale con cui inizia lo spettacolo è proprio il suo e allora, con rigida ed ineluttabile calma, tutti arretrano lasciandola sola a narrare della morte dei suoi desideri e del suo corpo. Un ‘assolo’ ambrato di un corpo che arriva, a scatti, alla nudità per poi indossare l’amato tutù bianco, pronto ad abitare il regno dell’aldilà.

Emma DanteSi metteva in scena il passaggio pieno di mistero. Eravamo alla fine. Ed è stato necessario applaudire alle bravure indiscusse.
Non penso più a raffica: so che Emma Dante provoca anche questo.
Penso che ‘era una vita’ che non mi accadeva di assistere ad applausi a scena aperta. Quelli finali, quelli sì che sono pieni di gioia dell’esserci stati e dell’aver assistito ad una cascata di emozioni.
Guardo la mia amica: è senza fiato e senza parole, lei che è logorroica per natura.
Raccolgo altri commenti di coloro ‘che per la prima volta’ sono stati sparigliati dall’assenza di oggetti scenici, dall’assenza di scenografie, dalla presenza dei costumi da bagno e delle sottovesti anni ’50, dalla scompostezza, dalle urla, dallo spazio scenico palpabile. E poi chi dice ‘di non aver capito nulla ma di aver comunque capito’, ‘straordinari, ma allora lei come è morta?’ ‘maddai! Lo sai che il punto non è quello!’, ‘non la conoscevo per nulla eppure io a teatro ci vado’, ‘Mpalermu 15 anni dopo…’ e via così, fuori sotto il portico per fumare e ‘rimettersi in ordine’.

Ma sì va bene, parlatene, parliamone, discutiamone, paragoniamola a questa o quella Antigone o a quel coro greco, va bene tutto ma la prossima volta, caro pubblico, ti prego stacci dentro, non aver paura, non rompere silenzio e concentrazione, vedrai che arriverai a casa più pieno e più voglioso di vita.

Francesca Talozzi

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Associazione culturale e compagnia teatrale di Livorno che si occupa di teatro civile.
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