“Quel ramo del lago di Como”: appunti sul Festival #Conservare

lecco

Per chi, come me, vive in una città di mare e dove il mare è uno degli argomenti più discussi (compreso il libeccio), arrivare sulle sponde di un lago – in questo caso famosissimo grazie a quel folgorante inizio manzoniano – significa essere colpiti da una  inaspettata e straordinaria sorpresa. Le acque sono verdi, a volte azzurre, gli alberi lambiscono le sponde, le pareti rocciose (un tempo ghiacciai) cadono a picco sulla superficie dell’acque e vi si rispecchiano poderosi. Tutto è antico sul lago: i rumori, i riflessi, le onde, il vento. Tutto conduce ad una pacata ma altrettanto profonda osservazione della vita.

Sono a Lecco e sì! confesso che non vi sarei mai arrivata se un mio monologo non avesse vinto il concorso che è stato bandito da un gruppo di giovani e caparbi artisti locali: il concorso si intitola “I Monologhi del Frigorifero” ed è stato ospitato all’interno della più ampia manifestazione culturale che le associazioni culturali H-drà e Frasi Lunari hanno creato per la propria città. Il Festival Arte&Scienza coniuga linguaggi diversi che quest’anno si sono confrontati con il tema scelto per la quarta edizione: conservare. Quando ho ricevuto il bando del concorso sono stata, da subito, molto incuriosita: niente richiesta di curriculum, niente tassa di iscrizione, unica regola “scrivi un monologo di 15/20 minuti sul tema del ‘conservare’ e usa, come unico elemento scenico, un frigorifero”.

Per chi, come me, scrive (e fa dello scrivere unico ponte di realtà) la sfida è attraente e si raccoglie al volo. Poi accade questo: prima si guarda se tra tutte le cosette scritte ci potrebbe essere qualcosa di adattabile, poi si cede al ‘baratro’ che nel frattempo si è aperto di fronte (esattamente nel centro della stanza) sapendo, in maniera confusa, che l’ispirazione sta nell’urgenza e nel pericolo. E arriva la spinta, potente, che ti prende letteralmente alle spalle. A quel momento si scrive, o almeno io scrivo e non mi arresto fin tanto che non ho ‘finito’. Così è nato “Vecchio padre”. Lo salvo in pdf e lo invio. E vinco. Tutti mi hanno chiesto che cosa avessi vinto e io rispondevo “nulla, che cosa dovevo vincere scusa? Ha vinto, lui il ‘vecchio padre’, va bene così no?”.

Partiamo alla volta di Lecco, da Livorno sono tanti chilometri fatti tutti di autostrada sotto quasi 40 gradi. Poco fuori Milano i segni di Expo iniziano a sbiadire, si abbandona l’autostrada e si prende una statale, malmessa e piena di verde. E poi, improvvisamente, il Lago di Como pieno di nebbia dell’afa. Per tutto il viaggio mi sono interrogata su che cosa avessi vinto.

frigoriferi leccoLa sera del sabato, 6 giugno, siamo ospiti della sala Ticozzi dopo un pomeriggio trascorso a giocare con i frigoriferi sparsi per la città, offerti da Smeg. Frigoriferi divenuti contenitori di interpretazioni estemporanee di collettivi artistici e di singoli artisti, mentre nella piazza principale, in mezzo ad una gara podistica, altri artisti decoravano altri frigoriferi. Poi si arriva alla Sala, mi presento con un po’ di timidezza agli organizzatori: sono giovani e decisamente appassionati. Giovani che fanno una gran fatica a “fare cultura” in un luogo del “profondo nord” che ha tutti i segni di una fortissima crisi economica e (paradossalmente) di identità. Ma loro insistono e resistono, ormai da quattro anni, raccogliendo esperienze di territorio, scuole, associazioni, piccole imprese locali, cercando così di tenere insieme le tradizioni, la memoria e il tessuto sociale.

Inizia la serata. La messa in scena dei tre monologhi finalisti è intervellata dalla presentazione di vari progetti: il primo è un video in cui una compagnia di Lecco racconta il lavoro che sta portando avanti in Ecuador dedicato alla memoria degli italiani immigrati, segue il progetto di un gruppo di studenti del Liceo Classico Manzoni che ha mappato tutti gli antichi lavatoi della città e con loro storie e testimonianze.

Poi sul palco sale un anziano chef stellato che avvia una piccola conversazione sullo stato della gastronomia locale e su come la riscoperta dei piatti della tradizione significhi conservare le proprie radici. Infine, tre sorelle mostrano la loro ‘invenzione’: una bottiglia di vetro decorata da mettere sulle nostre tavole per bere l’acqua rigorosamente raccolta dalle fontanelle municipali e per dire finalmente “basta alla plastica!”. Ogni bottiglia venduta andrà a finanziare un progetto di solidarietà internazionale.

E poi arriva “Vecchio padre”. Lo ascolto dalla voce di una attrice che non conosco. La osservo con attenzione seguendo il suo modo di mettere in scena le mie parole, la mia visione della vita e della morte. Avverto dentro di me un forte senso di commozione e di libertà: mi commuove sentire da una ‘sconosciuta’ il testo e mi commuove quanto questo mi liberi: le parole, quelle urgenti, che sono così rare poiché non si vive (né si deve vivere) perennemente nell’ispirazione, godono di vita propria. Esistono in quanto tali.

Ecco che cosa ho vinto. E di questi tempi è una grande cosa. Non credete?

Francesca Talozzi

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Associazione culturale e compagnia teatrale di Livorno che si occupa di teatro civile.
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