Forza Roma Forza Lupi: la burla di un’operetta

lupo testaccio

Il lupo scarno e affamato che si staglia in un gigantesco murale al Testaccio ha una forza deflagrante. Per tanti motivi. Provo ad elencarne alcuni: il lupo sta a segnare uno spazio storico e cioè il primo campo di allenamento della squadra di calcio della Roma (adesso al suo posto verrà un parcheggio…); il lupo ha fame, è scarno, è famelico, sembra quasi mangiarsi il cielo, esprime inadeguatezza, difficoltà, rabbia e forse anche violenza. Il Testaccio pare proprio così, ‘rimescolato’ e ‘senza identità’ tra una ristrutturazione e l’altra. Chissà se in questi giorni il lupo (o la lupa?) sta ululando contro Mafia Capitale, contro il ‘mondo di mezzo’…

Al Testaccio ci sono tanti murales, quello del lupo è vicino a dove si svolge il Salone dell’Editoria Sociale, motivo della mia trasferta romana. Qui, in una tre giorni densa di incontri, ho ascoltato Saskia Sassen che ha tenuto una lectio magistralis sugli ‘invisibili’, ovvero quelle masse di esseri umani che la cosiddetta gentrification ‘sposta’ altrove, e Vandana Shiva che ci ha ricordato la sacralità dei semi minacciata dalla biopirateria delle multinazionali. Tutto in qualche modo mi sembra parlare di fame, rabbia, violenza.

E di fame e di rabbia parla anche l’Operetta burlesca di Emma Dante, in programmazione al Teatro Vittoria per la 30esima edizione di “Roma Europa Festival”. Il Teatro Vittoria è un teatro di interesse pubblico sotterraneo, nel vero senso della parola. Per me, disabile su sedia a rotelle, sarebbe inaccessibile se non fosse per la buona volontà di ‘portatori sani’ di barriere architettoniche. “Signora che ci vuole fare, siamo messi così, ma lei non si preoccupi eh! Che la portiamo noi ggiuù!”. Ma ggiùù quanto? Tre rampe di una decina, più o meno, di scalini ripidissimi. Io sono sballottata ma sicura e loro invece, i portatori, sudano e forse sono anche un po’ arrabbiati della loro inadeguatezza. Insomma la platea è nel sottosuolo ed invece la galleria è a livello (quasi) della strada.

Dentro è tutto, ma proprio tutto, di un fantastico rosso acceso. La scena è già pronta, spudoratamente visibile: una fila di scarpe in primo piano e quattro bambole vestite di lustrini e piume nel fondo del palco. Già con le Sorelle Macaluso il fondale del palco era abitato dalla morte a colori, in contrasto con le scene di vita che spesso si svolgevano di ‘nero vestite’.

Ma qui, in questa operetta, nel fondale è di scena l’immaginario sepolto, o meglio l’immagine che ha di sé un giovane della periferia napoletana: alto, muscoloso ha dentro una giovane e delicata fanciulla dai capelli biondi e lucenti stracolma di femminilità (Viola Carinci). E vive nel fondale anche il fidanzato (Roberto Galbo), scattante come un’anguilla, vestito quasi da Zorro, dai movimenti a volte seducenti a volte perentori.

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Immagini di sé che si fanno coraggiose, vengono in avanti e giocano nella bella narrazione che Pietro fa della sua faticosa ricerca di essere se stesso e di essere amato per quello che è. Pietro (Carmine Maringola) è schiacciato tra due figure forti e tragiche, interpretate da Francesco Guida che è quasi un Giano Bifronte: una madre che ride sempre e che sempre risolve i drammi della vita con la frittata di maccheroni, e un padre benzinaio che piuttosto di avere un figlio gay (?) preferisce la morte. Metto un punto interrogativo su ‘gay’ poiché Pietro non è facilmente identificabile con un termine. Certo il tema è caro ad Emma: l’omosessualità e la famiglia sono quasi ovunque nei suoi lavori. Qui, però, tutto è molto più semplice ed autentico: io mi sento donna e lui, il mio fidanzato, mi fa sentire tale e così io sono felice. Se lui mi lascerà io sarò triste come non mai.

La sua è una fame di amore, è una rabbia dell’essere se stesso costi quello che costi. La storia d’amore, però, finisce male. La ‘burla’ diviene dramma: ormai tutti i vestiti sono stati indossati a ritmo di burlesque, vestiti e scarpe sono cadute sempre a ritmo di burlesque. Tutti sono nudi, eccetto la madre/padre che ridendo sforzatamente esce dalla scena.

Da un inizio colorato nelle gamme più ‘trash’ dei verdi e dei rosa si arriva al pallore della carne, alla nudità ormai senza più ‘maschere’, al desiderio per quello che è, rimasto intonso dall’età dell’infanzia. Ed eccola lì, sul finale, la bella infanzia, la triste infanzia dalla forma delle ballerine rosate dei carillon che ripete l’urgenza, la fame di amore, la rabbia di non poter essere se stessi a causa di una società eteronormata. La triste infanzia immersa in una cascata, disarmante, di piccole palle di plastica colorate, che rimbalzano picchiettando sul palco. Un’infanzia che, nonostante tutto, non ha perduto i suoi ‘desideri’.

Applausi a scrosci per le burle, le burlesque e per le tragedie. I quattro se lo meritano, come tutti coloro che lavorano con Emma Dante: fatica, gran fatica, gioco, tanto gioco, serietà, sacrificio, amore, fame e rabbia.

È tempo di uscire dalla conca sotterranea del Teatro Vittoria: i miei ‘portatori sani’ mi fanno riemergere direttamente sulla strada, passando dall’uscita di sicurezza. Questa volta i portatori sono quattro, uno è molto giovane e mi chiede subito: “t’è piaciuto? Oddio a me tantissimo, è la prima volta che vedevo uno spettacolo di Emma Dante. Fichissimo!”. Sì, certo che mi è piaciuto, io li ho visti quasi tutti, un po’ ti invidio ‘giovane della prima volta’, ti ordino di vedere anche tutti gli altri spettacoli!

Fame e rabbia tra Teatro e Testaccio, tra desiderio di libertà e di libero amore, quando la burla dice molto più sulla verità che non la verità stessa.

Francesca Talozzi

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Associazione culturale e compagnia teatrale di Livorno che si occupa di teatro civile.
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