Amleto a Gerusalemme

Marco Paolini

Amleto a Gerusalemme, foto Indyca

Quando Amleto è arrivato a Gerusalemme, e si è messo a respirare il profumo del caffè più buono al mondo, era il 2008. Mai il principe pallido di Danimarca, sì quello che oggi festeggia i 400 anni dalla morte del bardo, avrebbe pensato di moltiplicarsi in tanti corpi olivastri quanti un palco stracolmo di bottiglie di plastica ne possa contenere.
Sul palco c’è anche lei, una giovane palestinese che vive a Torino e ha i genitori a Betlemme, poi c’è Paolini, sornione pronto a spezzare il ritmo, riavvolgerlo e dipanarlo. E c’è Vacis e la sua inesauribile ricerca dentro la schiera.

Ingredienti forti e necessari allo scopo: fare teatro e scuola di teatro in una delle città più complesse al mondo e farlo insieme ad un gruppo di giovani attori palestinesi.

Inizia così la serata alla sala grande de La Città del Teatro di Cascina. La sala è colma. Unica data toscana dello spettacolo “Amleto a Gerusalemme”, nato da un progetto sostenuto dal Teatro Stabile di Torino e da un finanziamento ministeriale.

Noi, pubblico, siamo rumorosi, aspettiamo il buio, per convenzione, il buio che segna l’inizio. Ma l’inizio c’è già e loro, gli attori, l’attrice e Marco Paolini, sono in scena, alcuni stanno fermi, altri scuotono le mani, altri passeggiano nervosamente avanti ed indietro per tutto il grande palco. A tratti si fermano e guardano l’affollarsi della gente, mentre Paolini è là quasi a sorvegliare il rito che si rinnova. Osserva attento, silenzioso e aspetta.

Solo quando tutti sceglieremo di ‘stare’ e ci disporremo ad ascoltare, solo allora lo spettacolo potrà iniziare. E con lentezza il pubblico prende posto, il chiacchiericcio si attenua fino a trovare il silenzio collettivo, uno spazio e un luogo costruiti quasi all’unisono tra chi è sul palco e chi ne è fuori.

Ecco il silenzio, il momento è arrivato. Il viaggio può iniziare in questa Gerusalemme che non ha nulla della Danimarca. Per una buona mezz’ora stiamo in piena luce: un viaggio del genere non può iniziare col buio. È la seconda volta che con Paolini sto nella luce: durante lo spettacolo su Galileo Galilei improvvisamente si accesero tutte le luci in sala. Ero a Livorno, al Teatro Goldoni, e Paolini ci interrogò affettuosamente su ciò che ricordavamo di un qualche principio di fisica.

È difficile dire che cosa ho visto, che cosa ho vissuto cercando di ‘stare al passo’ con un ritmo incessante, con continui cambi di registro e narrazioni. Scelgo di fissare qualche immagine e qualche parola.

Amleto a Gerusalemme, foto Indyca

Amleto a Gerusalemme, foto Indyca

Parole: ‘Intifada’ e ‘Israele’ sono pronunciate un’unica volta. Parole del Bardo: to be or not to be. Il celebre monologo è sussurrato, in maniera quasi meccanica come a ‘farne la memoria’, da un giovane separato dagli altri da una grande barriera bianca che s’innalza dal proscenio. Al di qua il giovane sussurra che ‘il problema non è essere o non essere’, al di là altri giovani ridotti ad ombre strisciano, si arrampicano. La barriera per un momento si fa sottile, morbida e i giovani riescono quasi a toccarsi, a sentirsi. Poi torna ad essere quello che è, separazione e rabbia, violenza e morte, disperazione e paura. Intensissima azione scenica.

Parole, un fiume di parole tradotte dall’arabo in italiano in diretta sul palco. Come a toccare con mano quella grande fatica/missione che è insita nel fare teatro: tradurre, cioè ‘far passare da un luogo ad un altro’ che siano lingue, persone, città, storie, vite, memorie. E nel far passare, costruire relazioni.

Immagine: le centinaia e più bottiglie di plastica trasparente, la gran parte vuote, qualcuna un po’ piena di acqua, acqua che manca, acqua che non sgorga più dalle fonti. Le bottiglie fanno tutto: la distruzione, le mura e la città di Gerusalemme, il mare. Cadono dall’alto, passano di mano in mano, vengono lanciate, giustapposte, calpestate. Antica pratica laboratoriale quella di giocare con gli oggetti ed imparare a farli mutare nell’uso, nella funzione, nel significato e reinventare, quasi all’infinito, gli spazi scenici e lo spazio stesso.

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Immagine: gli applausi e gli inchini, i sorrisi e la gioia di essere lì, insieme, pubblico e attori. Una bella immagine di energia, forte e pulita. Il rito si è compiuto. Esco e penso che vorrei rivederlo ancora.

Francesca Talozzi

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Informazioni su effetto collaterale

Associazione culturale e compagnia teatrale di Livorno che si occupa di teatro civile.
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